La cucina del Vallo di Diano è semplice, ha antiche origini contadine e i suoi sapori, forti e decisi, nascondono antiche leggende e tradizioni.

Delle famiglie di pastori e contadini si preparava abitualmente il piatto caldo di sera al ritorno dalla campagna; piatti specifici erano destinati ai lavori agricoli e pastorali, quando si teneva personale a giornata, mentre le ricorrenze religiose venivano generalmente onorate con portate ritualizzate dalla tradizione.

Una caratteristica zuppa è la cuccija, composta di grano, ceci, mais, lenticchie ed altro. Era tradizione consumarla il 1 Maggio: secondo la “leggenda popolare” chi la consumava in quel giorno non sarebbe stato aggredito dalle mosche nei campi (accusí stà stagione nu v’arrotano li muschiddi).

L’ orvula è un salume a fetta larga che impiega molto più tempo per la stagionatura. La tradizione vuole che fosse aperta in occasione della trebbiatura ed offerta a tutti quanti collaboravano al faticoso lavoro.

Tipici sono i carciofi ripieni con mollica di pane raffermo, uova, formaggio, prezzemolo. In inverno vi era un largo uso di broccoli scupp’tiat (saltati in padella a crudo), di cicoria con i fagioli oppure di M’nestra cu u Bullit (bollito di carne di maiale, vitello, cotiche e “noglia”, una salsiccia molto grassa). A fine pasto c’era l’obbligo a tavola, soprattutto in presenza di ospiti, di consumare del pecorino stagionato, della salsiccia secca e soppressate. Infine come frutta si usavano in particolare le mele annurche.

A chiudere il pasto nei momenti più particolari vi erano i dolci come: “U Ruosp” (dalla forma simile ad un rospo), una frittella di pasta molto cresciuta con acciuga e spolverato di zucchero, usato a Natale; i Can’striedd (chiacchiere fatte con farina e uova), le pizze ripiene con ricotta, crema ed il sanguinaccio.

Mancando una documentazione scritta, non è semplice ricostruire storicamente l’alimentazione del Vallo di Diano; è tuttavia possibile effettuare una ricostruzione orale, tramandata soprattutto dalle persone anziane, che durante il Secondo Conflitto Mondiale, quando si oscillava tra fame e abbondanza, dovettero improvvisare in cucina con quello che la natura consentiva di avere a portata di mano.

C’è una significativa strofa popolare, nel dialetto del Vallo di Diano che recita: “Carniluvaru chjnu ri nnogli, oji maccarune e crai fogli”, che tradotto significa “Carnevale pieno di salsicce, oggi maccheroni e domani foglie”.

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